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Tout est changé, Rien est changé.

Posted in Uncategorized on ottobre 13, 2013 by Claudia Mocci

Tout est changé, Rien est changé..

Tout est changé, Rien est changé.

Posted in Uncategorized on ottobre 13, 2013 by Claudia Mocci

Finalmente Ciad. Dopo quasi sei mesi di preparazione finalmente io e la mia collega, nonché grande amica, siamo sul territorio ciadiano. Inutile dirvi che è una gioia immensa tornare dagli amici, i colleghi e tutti quelle persone che ci hanno accompagnate durante gli scorsi 6 mesi, dal ristoratore arabo che ci ha sfamate per mesi, al guardiano del piccolo alberghetto dove alloggiavamo solitamente. Grandi sorrisi, tanti “benvenute nuovamente in Ciad” . Apparentemente niente è cambiato. Stessi odori per le strade, traffico estenuante, stesse zanzare impertinenti che pungono senza alcun riguardo, stesso cibo, stesso caldo. Stessa sensazione che mi porto dentro da tempo, quella di appartenere a questa terra, senza sapere perchè. Mi sembra di esser sempre stata qui, come se durante i mesi precedenti, comunque cuore e testa siano rimasti qui. Qui, seduta nell’Avenue Bokassa, a mangiare la zuppa di pollo con le mani e a bere il succo di ananas, seduta per terra, senza scarpe, nel mio piccolo ristorante ciadiano, Lac Tchad, insieme ad una marea di uomini nei loro vestiti tradizionali, i bubu. A guardarli mangiare e pensare che non c’è niente di più bello di un uomo che veste i propri vestiti tradizionali. Eppure , già dopo qualche minuto dentro il caos cittadino, ci si rende conto che nel giro di sei mesi, molto cose sono cambiate. In primis i cantieri nella città. Abbiamo perso il conto di quanti cantieri abbiamo visto o di quanti nuovi palazzi sono sorti, abbiamo perso il conto di quante volte abbiamo detto ai nostri colleghi: “Questo palazzo è nuovo” oppure: “qua prima c’era l’alimentazione X e ora c’è un negozio di ricambi per motociclette” e vedere nelle loro facce lo stupore perchè abbiamo captato ogni singolo cambiamento per le strade. Rendersi conto che la città è un cantiere a cielo aperto ci ha portate a fare due riflessioni. La prima è che il Governo ha finalmente denaro da investire per infrastrutture, per l’istruzione , le strade, ecc. Le seconda riflessione è purtroppo più caustica: “a che prezzo tutto ciò? Da dove arriva questo denaro? A chi gioverà tutto ciò? “. Non è sola la città che cambia rapidamente, lo sono anche i rapporti instaurati con alcuni colleghi e amici durante questo anno di continuo contatto con il Paese dei Toumai. Un esempio lampante è la cena di due sere fa. Io e Lenka siamo state invitate a cena a casa di uno dei nostri colleghi e ormai amico, Chaibo. Un uomo che ha un sorriso disarmante, perennemente stampato sulla faccia, di piccola taglia , cosa alquanto strana per i ciadiani, tutti molto alti come gli uomini del deserto, caratteristica che ci ha fatti diventare subito complici vista la bizzarra sorte che è toccata ad entrambi,la bassa statura . Chaibo è diventato padre da 3 mesi e per la prima volta di una bellissima bambina, Alhya, un vero gioiello in miniatura. Quando la piccola nacque ovviamente mi congratulai con lui e la sua bellissima moglie Merame e credetemi quando dico bellissima è riduttivo. Feci le congratulazioni anche a lei e da quel giorno , ringraziando Facebook, abbiamo iniziato a chiacchierare e abbiamo instaurato un rapporto di confidenza e amicizia. Così ieri sera, con grande gioia e stupore abbiamo cenato presso la famiglia Chaibo. Le donne musulmane raramente hanno una vita sociale al di fuori della casa, così come è raro che i colleghi incontrino le moglie dei rispettivi colleghi e si intrattengano con loro in conversazioni. Durante i picnic domenicali noi eravamo le sole donne. Questo invito a cena ci ha estremamente colpite, ci siamo sentite in famiglia , segno che il grande rispetto che nutriamo verso queste persone è ampiamente ricambiato. Ho sempre saputo di aver instaurato dei rapporti di stima con la maggior parte delle persone che ho incontrato ma non pensavo sino a questo punto.

E’ proprio vero quello che dicono qui in Ciad, le montagne non avranno mai l’occasione di incontrarsi, gli uomini si. Noi ci siamo incontrati, nuovamente, e abbracciati come dei fratelli.

 

Un solo piccolo pensiero, sulla scia della fratellanza. Un ragazzo che era al tavolo con me ieri sera, dopo aver sentito che sono italiano, mi ha chiesto dei morti di Lampedusa, delle ennesime morti di queste settimane. Mi ha detto che segue con attenzione le notizie perchè la maggior parte dei suoi cugini potrebbe essere su quei barconi, tra quei morti, hanno intrapreso il viaggio tempo fa. Mi ha parlato della disperazione delle famiglie, dell’angoscia costante di non sapere se siano vivi o no.Mi ha parlato di tanto altro, ma lo terrò per me. Il mio pensiero costante era sempre lo stesso, mi auguravo e tutt’ora spero che siano tutti vivi, ma poi? Cosa troveranno in Italia? Mi sono tornate in mente le parole di F.Gatti, di cui consiglio vivamente il libro -Bilal, Viaggiare, lavorare, morire da Clandestini- . Gatti scrive: “ Mi sono sempre chiesto cosa stia accadendo intorno ad una persona nel momento in cui la mente decide di partire. Il punto di non ritorno in cui la testa comincia silenziosamente il percorso.Muoversi o soccombere.E soccombere qui non significa necessariamente morire. C’è di peggio della morte . C’è una vita di stenti. Di elemosina. C’è il pianto affamato dei figli più piccoli, tutti i giorni e tutte le notti. C’è l’immagine portata dai viaggiatori, dai giornali, dai radiocronisti dei programmi internazionali delle TV francesi, inglesi che rivelano l’esistenza di un mondo ricco e irragiungibile. C’è la sconfitta personale ed intima davanti al resto del mondo.E davanti alle proprio ambizioni. “

 

Il ragazzo ha concluso la nostra chiacchierata con: “Che Dio ci perdoni tutti…” Chiunque di voi riesca a trovare un motivo valido per cui Dio debba perdonare queste persone me lo comunichi per favore. Io non ne riesco a trovare uno. Vorrei sapere, veramente, cosa devono farsi perdonare. Per tutti quelli che continuano a guardare le foto, i video delle terribili morti di queste settimane senza provare alcun rimorso, fitta allo stomaco, senza sentirsi anche solo per un instante colpevole, per quelli che continuano a pensare che bisogna vedere per credere, beh, spero che se è vero che ci sia qualcuno lassù, ci pensi bene, prima di perdonarci tutti.

 

Claudia, N’Djamena , Ciad.

 

Tu n’es pas serieux!!

Posted in Uncategorized on novembre 26, 2012 by Claudia Mocci

“Tu n’es pas serieux” , questo il ritornello di una famosa canzone chadiana che io, personalmente, adoro. Il cantante si lamenta, affranto, del fatto che la sua donna è poco seria. Chi ha orecchie per intendere , intenda.. E’ poco seria… La prima volta che ho sentito questa canzone ero nel piccolo bar di Goré, Le Circuit du Juene( di giovani neanche l’ombra..)  insieme agli altri volontari e qualche collaboratore di ACRA, l’ONG Italiana con cui collaboriamo. Collaboratori che nel giro di poche settimane sono diventati amici. Ero seduta vicino a Goua, un omone dalla faccia gentile e il sorriso dolce, che cantava e ballava con un intensità incredibile. Ho chiesto immediatamente spiegazioni sul significato della canzone e lui tutto serio mi ha detto:-l’uomo in questione soffre perché la sua donna è veramente poco seria..- Ovviamente siamo scoppiati a ridere ma la domanda seguente è quella che ha scatenato il vero dibattito: -Goua ma  l’uomo com ‘è ? – L’uomo è onesto-. Apriti cielo. Le risate devono aver svegliato i villaggi vicini, Mala e Ramadane, due altri amici,  ridevano come due matti blaterando parole in Gambai, la lingua locale, io e Aude per poco non siamo cascate delle casse di birra riciclate a sgabelli per la serata. Più ci guardavamo e più era inevitabile ridere, nonostante la serietà con  cui Goua mi aveva risposto. Piano piano abbiamo iniziato a parlare della famiglia africana, della poligamia , degli inevitabili cambiamenti che la cultura tradizionale africana sta subendo, della difficoltà di avere una famiglia quando sei l’unico figlio che lavora e devi provvedere non solo al sostentamento dei tuoi genitori, ma anche dei fratelli , delle sorelle, dei loro figli, dei tuoi figli. Di una moglie che ha deciso di tornare al suo villaggio per stare vicina alla sua di famiglia con la piccola Solange che sta crescendo senza il suo papà.  Come Goua, milioni di persone  condividono lo stesso destino e credo la stessa tristezza e senso di impotenza e precarietà. In tanti sono in questa condizione anche  in Italia, fatto che ci rende molto più vicini di quel che si pensi. Abbiamo parlato veramente a lungo quella sera , di tantissime cose diverse concernenti le nostre vite e con grande sorpresa sono più le cose che ci accomunano che quelle che ci separano. Tutto scorreva tranquillo sino al momento del fatidico piedino. Ero stra-convinta che qualcuno mi stesse facendo il piedino, da qualche minuto, ma non capivo chi per via del buoi. L’unico uomo vicino era Goua ,alla mia sinistra, e Aude, la mia collega francese, alla destra. Mala, di fronte a me, poteva essere un potenziale sospettato ma è alto 2 metri e più e non ha proprio il piedino da fata. Me ne sarei accorta subito. No, ero sicura fosse Goua. E meno male che sono le donne poco serie! Così ho esordito:- Goua ,se mi vuoi invitare a ballare non è necessario farmi il piedino, puoi chiedermelo senza problemi -. Ha cambiato colore e , poveraccio , blaterava: -Ma io..no, no, non sono io…- . Così tra una risata e l’altra abbiamo acceso la pila e controllato lo stato del mio piede. Anche i serpenti hanno un cuore!!Il serpentello amoreggiava con il piede da un po’ , forse attirato dal calore della mia pelle, la temperatura che cresceva rapidamente per via della malaria. Eh si finalmente ho anch’io la malaria, era inevitabile. Sono stata trasferita d’urgenza a N’Djamena, la capitale, per un ricovero preventivo. Febbre a 41° e dolori talmente strazianti da bloccare la respirazione non sono proprio una cosetta da nulla. Ma ora sto benissimo, oggi mi dimettono dopo tre giorni di cibo cinese e croissant da sogno, infermieri super gentili e gran dormite. E tanta e inaspettata nostalgia. Mi manca Goré. Mi mancano Goua, Mala, Ramadane, Lucie la nostra cuoca sorridente e timida, mi mancano i miei colleghi, i guardiani , il nostro coordinatore che è la copia esatta di Shrek, e quando dico esatta intendo anche le orecchie, mi mancano le piccole abitudini di Goré, i volti che vedo tutti i giorni, i polli che ti beccano i piedi e i topi nella camera da letto. Mi manca andare a prender il the o caffè a metà mattina da Semplice, il nostro macellaio arabo di fiducia che ha una bettola-ristornate in  cui andiamo a mangiar la carne arrosto la Domenica per pranzo. Ogni volta che ci vede è una festa. Non solo perché mangiamo da lui, perché è onorato di averci con lui. E’ un continuo ringraziare Allah per le nostre parole, per le risate. Ogni giorno mi insegna una parola in arabo, devo recuperare 7 parole. Non vedo l’ora. Le mie colleghe mi hanno detto al telefono che tantissimi hanno chiesto informazioni sulla mia salute, ho ricevuto tantissime chiamate e messaggi e sinceramente non me lo aspettavo. In tanti mi hanno scritto : -prego per te e Allah è con noi –  e stranamente sono sicura che è così . Quindi شكرا sukran a tutti quelli che mi sono stati vicini, anche solo con pensiero.

Avviso: le ultime righe saranno parecchio sdolcinate, astenetevi dalla lettura se il vostro organismo non regge. Questi giorni ho pensato e riflettuto, stranamente, più del solito. Tanto tempo in un letto, era inevitabile. Sento di dover ringraziare due persone in particolare , mia madre e Ndama Kane Loum, Samba per gli amici. Devo ringraziare mia madre per tante , tante cose, per una in particolare: grazie per avermi insegnato a vivere in maniera semplice perché qui ,e ovunque sarà così, riesco a godere della gioia delle piccole cose che accadono. Grazie per avermi insegnato ad ascoltare con le orecchie, a guardare  con gli occhi ma soprattutto ad ascoltare e guardare con il cuore. Sappiamo entrambe che spesso ho pensato fosse un punto a sfavore per me, ora mi rendo conto che ero solo sintonizzata sul canale sbagliato. Qui il canale prende bene, benissimo, ma siamo in pochi a captarlo. Finchè c’è segnale vado avanti, spedita, e stando attenta ai serpentelli. A te , Ndama, devo molto. Mi hai aperto piano piano le porte dell’Africa , svelandomi misteri e bellezze, storia, tradizioni , cultura, le problematiche, le potenziali soluzioni. Ricordo tutti i pomeriggi o le sera passate a parlare del Senegal, dell’Africa, delle nostre vite ed esperienze, dei Murit e del Corano. Più ci penso più mi rendo conto che era come una palestra per me, una preparazione per l’esperienza sul campo. Quante volte abbiamo riso quando mi dicevi :-Cess tu sei proprio un culo nero (africana 😛 )-. Non hai idea di quante persone mi dicano la stessa cosa qui in Chad, in maniera più gentile ovviamente, e in quanti mi dicano che è un piacere fermarsi a parlare con me perché non sono la solita Nahzara. Io sospettavo ciò già da un po’ perché a me viene riservato il trattamento migliore, le presentazioni più colorite e le battute. Sarà forse perché non è la mia esperienza in Africa, forse perché amo e ammiro la cultura africana, con tutte le sue contraddizioni, forse perché dopo l’esperienza in Cina ho imparato che l’approccio migliore è sempre quello privo di pregiudizi e preconcetti ma ricco di nozioni di storia e sana curiosità. Ripeto , non so perché,  sono sempre un passetto più avanti delle altre ragazze per quanto riguarda l’adattamento. Malaria compresa. Credetemi vivere ogni giorno con questo stato d’animo è un tocca sana per l’anima.

Ps: Goua, ti auguro ti trovarla la tua donna onesta. Io , per adesso, preferisco il serpentello. Solo perché non ha la pancia grossa come la tua. Grazie, di cuore, le tue pregherie hanno funzionato, domani si torna a casa, a Goré. Ti aspetto per il thè e un grande abbraccio.

Lo Spettro della Malaria

Posted in Uncategorized with tags , , on novembre 14, 2012 by Claudia Mocci

Gli africani vivono alla giornata , questa non è una novità. Non pianificano niente, pensano a come sopravvivere alla giornata. Sono troppe le intemperie giornaliere per poter pianificare qualcosa. Oggi ci sei, domani forse no. Quante volte me lo sono ripetuta? Quante volte ce lo siamo ripetuti? Eppure pianifichiamo ogni cosa, la parrucchiera la prossima settimana, il viaggio e la vacanza la prossima estate, cosa comprare ai prossimi saldi. E’ strano pensare a tutti ciò quando in Chad, ancora, una semplice diarrea non curata uccide migliaia di bambini. La settimana scorsa ho ricevuto un sms dalla mia compagnia telefonica chadiana,  la  Airtel. Il messaggio recitava:” Le moustique qui cause le paludisme pond ses oeufs dans les eaux stagnantes.  Assurer-vousd’eliminer les zones d’eau stagnantes. Stop/Palu/Esso/Msp”. Traduco:” La zanzara che causa la malaria depone le sue uova nelle zone stagnanti. Assicuratevi di eliminare le zone d’acqua stagnante. StopMalaria/Esso/MediciSenzaFrontiere”. Domanda:” Qualcuno di voi trova qualcosa di strano in questo massaggio?” Proprio niente? E’ firmato Esso. Si, proprio la compagnia petrolifera francese, quella che inquina da decenni le acque africane e che costringe  la popolazione ad utilizzare un’acqua stra-inquinata e nociva. La compagnia che, insieme alla nostra Agip, ha causato e continua a causare danni irreparabili alla popolazione africana, che miete vittime in nome del caro e indispensabile petrolio che alimenta il nostro benessere. Anche questa, non è una novità. Come fa la popolazione ad eliminare le zone d’acqua stagnate quando la maggior parte delle volte sono l’unica fonte per avere l’abeveraggio per gli animali e i bambini??Per me è un grande paradosso nonché una grossa ipocrisia. Il mio risentimento è notevolmente cresciuto questi giorni, complice la febbre , alta, che non mi ha abbandonato per tre giorni. Dopo quarantotto ore sono stata ovviamente portata nella piccola clinica di Goré per fare il test della malaria, avevo tutti i sintomi e la febbre non sembrava voler scendere. Oggi una cara amica mi ha scritto che ammira il mio coraggio. Io ,ammetto, che l’altra notte ho perso tutto il poco coraggio che so di possedere. Ho piagnucolato come un’agnellino di fronte al medico che mi faceva il test. Paura, tanta e inaspettata. “ Hai la malaria” è una di quelle frasi che non volevo sentirmi dire e così è stato fortunatamente. Infezione intestinale dovuta al pesce probabilmente. Lo spettro della malaria ci segue da qualche settimana perché  turno qualcuno del team si ammala ,e devo dire che non è una presenza piacevole. Non lo è per noi che disponiamo  di una situazione igienico-sanitaria di lusso, immaginate come deve essere per la popolazione. Purtroppo Katerina, la mia collega della Repubblica Ceca, ha la malaria, lo abbiamo scoperto ieri mattina. Non è semplice descrivere la stato d’animo del gruppo, soprattutto dopo la tragica perdita della nostra collega kenyota, Josephine, scomparsa  durante un incidente in piscina  la seconda settimana di formazione in Francia. La situazione di Katerina non è stabile e aspettiamo domani per sapere se verrà trasferita o no. La vita è qualcosa di veramente fragile e che riserva sorprese ogni giorno. Toccare con mano tutto ciò è destabilizzante, faticoso perché questi momenti ti riportano terribilmente coi piedi per terra. Ed è con questo messaggio che vi lascio questa settimana, coi piedi per terra, terribilmente per terra, totalmente immersi e sporchi di questa terra rossa, che oggi mi sembra più secca e triste del solito. Bisognosa di acqua, anche se inquinata.

Mapping Party con sorpresa!

Posted in Uncategorized on novembre 3, 2012 by Claudia Mocci

Seconda settimana di lavoro piuttosto intensa.  Nonostante il caldo che non da mai tregua abbiamo iniziato il lavoro di mappatura, quasi sempre a piedi, di tutto il villaggio di Goré. Scuole, Moschee, Chiese, uffici governativi , piccoli negozi,  mulini e pozzi. Qualsiasi cosa sia rilevante e d’aiuto in caso di crisi umanitaria. Sono stata eletta “ Miss Street Lamps Goré 2012” per via della mia dedizione nel mappare tutti i lampioni (street lamps) di Goré, e quando scrivo tutti intendo proprio tutti, compresi fili elettrici e le cabine elettriche. So per certo che la popolazione non beneficerà del mio lavoro nell’ immediato, ma più vado avanti con lavoro, più mi accorgo dell’importanza di raccogliere  informazioni  per far si che la risposta in caso di crisi umanitaria sia immediata ed esaustiva. A tal proposito io e il Team Chad abbiamo finalmente visitato il primo campo rifugiati su cui lavoreremo prossimamente. Il campo di Amboko è a pochi km da Goré, ospita 11mila rifugiati della Repubblica Centrafrica dal 2003.Sembra un piccolo villaggio , con casetta basse fatte di mattoni, quasi tutte le tendopoli sono ormai sparite, ci sono pozzi, un mulino, un piccolo mercato centrale, scuole costruite dalle varie Ong che lavorano coi rifugiati, un campo da calcio e una moschea. Dopo la visita del campo , durante il tragitto in macchina, ci siamo scambiati impressioni , riflessioni. Il gruppo è composto da due ragazzi chadiani, una francese, una ungherese e una ragazza della Repubblica Ceca. E’ stimolante lavorare in un gruppo interculturale come il nostro, spesso però comporta numerose difficoltà. Qualcuno , durante la chiacchierata, ha espresso per l’ennesima volta, la disapprovazione per il divieto di far foto in Chad. Abbiamo numerosi divieti, coprifuoco e restrizioni per motivi di sicurezza. Fino a due anni fa il Chad era in piena guerra civile, i divieti non mi stupiscono affatto. Non sento, come qualcuno di noi sostiene, che la mia libertà viene calpestata tutti i giorni. Da qualche giorno rifletto su questo argomento, la libertà. Inizialmente ho pensato che è veramente ridicolo e vergognoso parlare della nostra libertà in un Paese che è tra gli ultimi posti al mondo per rispetto dei diritti umani, delle donne, scolarizzazione, ecc. Ridicolo soprattutto se si è bianchi, con una casa perfettamente funzionale e accogliente, con la cuoca che ogni mattina ti permette di scegliere se mangiare carne o pesce per pranzo e cena. Con i rubinetti nel bagno e la doccia. Sebbene l’acqua e l’elettricità ci siano soltanto poche ore durante il giorno, la nostra condizione non è minimamente paragonabile a quella delle persone che vivono in tutto il Chad. Minimamente. Non mi importa quindi se non posso fare fotografie, se devo lavorare sotto il sole con pantaloni lunghi e maglietta a maniche corte perché le canottiere sono vietate. Non mi importa di non poter parlare in pubblico durante le visite ai capi villaggio o ai militari perché sono una donna. Non sento la mia libertà violata. Sento, anzi, di avere una nuova libertà, diversa, che deriva dalla vita semplice , semplicissima, che conduco a Goré. Libertà che deriva dai piccoli gesti quotidiani che hanno riacquistato il loro significato.  Mentirei se dicessi che è semplice vivere qui, non lo è affatto. E’ faticoso, emotivamente e fisicamente. Ci sono momenti in cui tutto ciò sparisce, momenti unici. Come quattro giorni fa. Il gruppo stava svolgendo una giornata di formazione per alcuni lavoratori delle ONG con cui collaboriamo. Stavamo facendo il “mapping party” ( esercizio di mappatura per iniziare i volontari al lavoro) quando di fronte al piccolo e modestissimo ristorante oggetto del nostro lavoro , uno dei miei  due allievi ha esordito: “ Claudia, questo è il ristorante di mio fratello. Quindi basta con la mappatura , vai a lavarti le mani e mangiamo.  Contestualizzo la situazione: h.10.30 del mattino, 48° , 50 edifici ancora da mappare, 40 minuti per finire il lavoro, due allievi sopra i 40 anni molto affamati.. Non potevo rifiutare l’invito. Nel giro di 3 minuti mi sono ritrovata dentro una stanzetta buia, con altri sei uomini,  a mangiare capra arrosto con non so quanti strati di peperoncino usando ovviamente le mani, a bere  thé bollente e sentire i racconti su Goré e su come macellare le capre. Ovviamente non siamo stati in grado , dopo il lungo spuntino, di finire il lavoro  ma quel momento è valso più di milioni di edifici mappati. Quell’ invito ha un significato enorme per me perché mi è stato accordato il permesso di entrare ,a piccoli passi, dentro la stanza misteriosa e spesso segreta della cultura del Chad. Questo per me vale più di mille fotografie. E mi sento libera, nonché felice e grata.

Piccola goccia in mezzo ad un mare, nero.

Posted in Uncategorized on ottobre 24, 2012 by Claudia Mocci

Primo articolo del mio blog. Quando ebbi l’idea di creare un blog personale non avevo in mente  un argomento specifico su cui concentrarmi. Come spesso accade nella vita, – l’argomento- è venuto a cercare me. Mi trovo a Gorè, piccolo villaggio di quindicimila abitanti nell’estremo Sud del Tchad. Gorè, al confine tra il Camerun e la Repubblica Centrafricana, è tristemente noto come crocevia di ribelli e per i suoi tre campi rifugiati. Quando seppi di esser stata scelta per il  progetto EUROSHA (Europian Humanitarian Aid OpenSource Volunteers   blog.docx) e che il mio paese di lavoro, per sei mesi, sarebbe stato il Tchad, devo dire che il primo pensiero è stato quello di non conoscere affatto questo paese. Raramente avevo sentito parlare del Tchad. Non sapevo che , dopo l’indipendenza del 1960, più di 30 anni di guerre civili hanno afflitto, massacrato e reso poverissimo questo paese, non sapevo delle continue e cicliche carestie , alluvioni, malaria, colera e diarrea che tutt’oggi mietono vittime,  soprattutto tra i giovanissimi. Non immaginavo quanto questa terra potesse essere arida e dura, quanto precarie e difficili fossero le condizioni di vita. Per non parlare poi di quanto la crisi del Darfur, le situazioni di guerra e instabilità dei paesi vicini (Niger, Nigeria, Libia, Sudan, Camerun e Rep. Centro Africana) abbiano ulteriormente peggiorato le condizioni, già piuttosto, precarie del Tchad. Prima e durante il training di formazione in Francia ho raccolto più informazioni possibili per cercare di avere un quadro generale chiaro, informazioni che , ora mi rendo conto , sono una piccola goccia in mezzo ad un mare nero.Nero, come l’acqua che scorre per le strade di Goré, che gli abitanti e animali bevono, usano per cucinare.  Devo, dobbiamo, guardare e accostarci a queste persone con una grande umiltà e rispetto perché ogni loro azione e parola trasuda coraggio. Nonostante le numerose alluvioni che hanno spazzato via abitazioni, vite umane, mesi di lavoro, sudore e speranze, la popolazione di Gorè  inizia nuovamente  a lavorare, a costruire, a sperare, a vivere.  Alluvione dopo alluvione, epidemia dopo epidemia.

Ho quindi deciso di dar voce a questo coraggio perché  la sofferenza umana ha una natura duplice. Può essere causa di infelicità o incentivo per un’ulteriore crescita. Se ci disperiamo di fronte alla sofferenza, siamo persi, ma se la consideriamo un’occasione per svilupparci e migliorarci, scopriamo che la nostra esperienza ci rende in grado di portare felicità agli altri ( cit. Daisaku Ikeda) . Non ho la pretesa di cambiare il mondo o salvare vite umane, non credo di esserne in grado, nonostante ciò sento di avere un grande debito verso queste genti, sento di dover rendere loro un po’ di quello che mi stanno donando. Dietro la manina tesa di un bimbo qualunque , nudo e con il ventre gonfio, ci sono un’infinità di vie percorribili. Di scelte. Di azioni. Raccontarvi il mio lavoro, Gorè e il Tchad è una di queste.

Claudia

blog.docx

Hello world!

Posted in Uncategorized on marzo 18, 2012 by Claudia Mocci

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