Tout est changé, Rien est changé.

Finalmente Ciad. Dopo quasi sei mesi di preparazione finalmente io e la mia collega, nonché grande amica, siamo sul territorio ciadiano. Inutile dirvi che è una gioia immensa tornare dagli amici, i colleghi e tutti quelle persone che ci hanno accompagnate durante gli scorsi 6 mesi, dal ristoratore arabo che ci ha sfamate per mesi, al guardiano del piccolo alberghetto dove alloggiavamo solitamente. Grandi sorrisi, tanti “benvenute nuovamente in Ciad” . Apparentemente niente è cambiato. Stessi odori per le strade, traffico estenuante, stesse zanzare impertinenti che pungono senza alcun riguardo, stesso cibo, stesso caldo. Stessa sensazione che mi porto dentro da tempo, quella di appartenere a questa terra, senza sapere perchè. Mi sembra di esser sempre stata qui, come se durante i mesi precedenti, comunque cuore e testa siano rimasti qui. Qui, seduta nell’Avenue Bokassa, a mangiare la zuppa di pollo con le mani e a bere il succo di ananas, seduta per terra, senza scarpe, nel mio piccolo ristorante ciadiano, Lac Tchad, insieme ad una marea di uomini nei loro vestiti tradizionali, i bubu. A guardarli mangiare e pensare che non c’è niente di più bello di un uomo che veste i propri vestiti tradizionali. Eppure , già dopo qualche minuto dentro il caos cittadino, ci si rende conto che nel giro di sei mesi, molto cose sono cambiate. In primis i cantieri nella città. Abbiamo perso il conto di quanti cantieri abbiamo visto o di quanti nuovi palazzi sono sorti, abbiamo perso il conto di quante volte abbiamo detto ai nostri colleghi: “Questo palazzo è nuovo” oppure: “qua prima c’era l’alimentazione X e ora c’è un negozio di ricambi per motociclette” e vedere nelle loro facce lo stupore perchè abbiamo captato ogni singolo cambiamento per le strade. Rendersi conto che la città è un cantiere a cielo aperto ci ha portate a fare due riflessioni. La prima è che il Governo ha finalmente denaro da investire per infrastrutture, per l’istruzione , le strade, ecc. Le seconda riflessione è purtroppo più caustica: “a che prezzo tutto ciò? Da dove arriva questo denaro? A chi gioverà tutto ciò? “. Non è sola la città che cambia rapidamente, lo sono anche i rapporti instaurati con alcuni colleghi e amici durante questo anno di continuo contatto con il Paese dei Toumai. Un esempio lampante è la cena di due sere fa. Io e Lenka siamo state invitate a cena a casa di uno dei nostri colleghi e ormai amico, Chaibo. Un uomo che ha un sorriso disarmante, perennemente stampato sulla faccia, di piccola taglia , cosa alquanto strana per i ciadiani, tutti molto alti come gli uomini del deserto, caratteristica che ci ha fatti diventare subito complici vista la bizzarra sorte che è toccata ad entrambi,la bassa statura . Chaibo è diventato padre da 3 mesi e per la prima volta di una bellissima bambina, Alhya, un vero gioiello in miniatura. Quando la piccola nacque ovviamente mi congratulai con lui e la sua bellissima moglie Merame e credetemi quando dico bellissima è riduttivo. Feci le congratulazioni anche a lei e da quel giorno , ringraziando Facebook, abbiamo iniziato a chiacchierare e abbiamo instaurato un rapporto di confidenza e amicizia. Così ieri sera, con grande gioia e stupore abbiamo cenato presso la famiglia Chaibo. Le donne musulmane raramente hanno una vita sociale al di fuori della casa, così come è raro che i colleghi incontrino le moglie dei rispettivi colleghi e si intrattengano con loro in conversazioni. Durante i picnic domenicali noi eravamo le sole donne. Questo invito a cena ci ha estremamente colpite, ci siamo sentite in famiglia , segno che il grande rispetto che nutriamo verso queste persone è ampiamente ricambiato. Ho sempre saputo di aver instaurato dei rapporti di stima con la maggior parte delle persone che ho incontrato ma non pensavo sino a questo punto.

E’ proprio vero quello che dicono qui in Ciad, le montagne non avranno mai l’occasione di incontrarsi, gli uomini si. Noi ci siamo incontrati, nuovamente, e abbracciati come dei fratelli.

 

Un solo piccolo pensiero, sulla scia della fratellanza. Un ragazzo che era al tavolo con me ieri sera, dopo aver sentito che sono italiano, mi ha chiesto dei morti di Lampedusa, delle ennesime morti di queste settimane. Mi ha detto che segue con attenzione le notizie perchè la maggior parte dei suoi cugini potrebbe essere su quei barconi, tra quei morti, hanno intrapreso il viaggio tempo fa. Mi ha parlato della disperazione delle famiglie, dell’angoscia costante di non sapere se siano vivi o no.Mi ha parlato di tanto altro, ma lo terrò per me. Il mio pensiero costante era sempre lo stesso, mi auguravo e tutt’ora spero che siano tutti vivi, ma poi? Cosa troveranno in Italia? Mi sono tornate in mente le parole di F.Gatti, di cui consiglio vivamente il libro -Bilal, Viaggiare, lavorare, morire da Clandestini- . Gatti scrive: “ Mi sono sempre chiesto cosa stia accadendo intorno ad una persona nel momento in cui la mente decide di partire. Il punto di non ritorno in cui la testa comincia silenziosamente il percorso.Muoversi o soccombere.E soccombere qui non significa necessariamente morire. C’è di peggio della morte . C’è una vita di stenti. Di elemosina. C’è il pianto affamato dei figli più piccoli, tutti i giorni e tutte le notti. C’è l’immagine portata dai viaggiatori, dai giornali, dai radiocronisti dei programmi internazionali delle TV francesi, inglesi che rivelano l’esistenza di un mondo ricco e irragiungibile. C’è la sconfitta personale ed intima davanti al resto del mondo.E davanti alle proprio ambizioni. “

 

Il ragazzo ha concluso la nostra chiacchierata con: “Che Dio ci perdoni tutti…” Chiunque di voi riesca a trovare un motivo valido per cui Dio debba perdonare queste persone me lo comunichi per favore. Io non ne riesco a trovare uno. Vorrei sapere, veramente, cosa devono farsi perdonare. Per tutti quelli che continuano a guardare le foto, i video delle terribili morti di queste settimane senza provare alcun rimorso, fitta allo stomaco, senza sentirsi anche solo per un instante colpevole, per quelli che continuano a pensare che bisogna vedere per credere, beh, spero che se è vero che ci sia qualcuno lassù, ci pensi bene, prima di perdonarci tutti.

 

Claudia, N’Djamena , Ciad.

 

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